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Due corpi emergono dal nulla , lenti, come in un sogno. Una danzatrice e un calligrafo. Non sono più semplicemente due corpi: sono superfici viventi, strumenti l’uno dell’altro, pronti a scriversi e a leggersi, a danzare insieme come in un unico respiro.

La danzatrice si muove con gesti ampi, carichi di tensione e grazia. Il calligrafo la segue, corpo a corpo, come se leggesse in anticipo il suo movimento per rispondervi con l’inchiostro. Con un pennello imbevuto di nero profondo, inizia a scrivere sul suo dorso, sulle braccia, sulla pelle tesa dai gesti: lettere arabe che si formano lentamente, come ferite d’oro, come preghiere mute.

Ma poi la scrittura si inverte: la danzatrice guida il calligrafo in una spirale fluida, e ora è lei a tracciare segni sul suo corpo. Non con la penna, ma con le dita, con l’inchiostro e con il tocco, con la presenza. I loro movimenti diventano simmetrici, specchiati, fusi. Scrivono uno sull’altro mentre danzano, come se ogni lettera fosse un gesto e ogni gesto una parola.

Le lettere arabe si mescolano al movimento, non più solo segni ma corpo, ritmo, respiro. Le parole non si leggono con gli occhi, ma si sentono con la pelle. È un dialogo intimo, fisico, sacro, in cui la calligrafia non decora, ma racconta. Racconta ciò che non può essere detto: l'incontro, l’ascolto, l’essere scritti da un altro.

Alla fine, i loro corpi sono pieni di segni, di inchiostro e di memoria. Non parlano. Si guardano. E nel silenzio, tutto resta inciso.

I tratti calligrafici diventano paesaggio, la danza una scrittura effimera. Il pubblico assiste alla nascita di un linguaggio nuovo: fisico, visivo, emozionale. Quando tutto si ferma, resta sulla scena un vento di parole danzate e il ricordo di un’emozione tracciata con l’inchiostro del corpo.

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